La Siria dopo Assad: frammentazione di uno Stato moderno e crepuscolo dell'ordine levantino
Premessa storica
La Siria, come molti Stati post-coloniali del Medio Oriente, è una costruzione artificiale nata dagli accordi franco-britannici di Sykes-Picot nel 1916 e dalla successiva spartizione delle spoglie dell’Impero Ottomano. I confini siriani, definiti senza tener conto della complessità etnica e religiosa del territorio, hanno dato vita a una nazione che fin da subito ha faticato a sviluppare un'identità unitaria. Nonostante ciò, sotto il Partito Baath e con la salita al potere di Hafez al-Assad nel 1971, la Siria è riuscita a costruire uno Stato centralizzato, secolare e autoritario, capace di tenere unite le sue molteplici minoranze: alawiti, sunniti, cristiani, drusi, armeni e curdi.
Il Baathismo e l'unità forzata
Il sistema baathista si fondava su una rigida laicità di Stato, sull’esaltazione del nazionalismo arabo e su un apparato repressivo che, seppur brutale, garantiva stabilità. La Siria non era tribalizzata come l’Iraq o l’Egitto, e proprio questa sua diversità favorì un equilibrio interno, basato su un fragile patto tra le élite alawite e le altre componenti della società siriana. La presenza di un solo partito e la marginalizzazione delle opposizioni permisero di controllare le tensioni latenti, almeno fino al 2011.
Dall’insurrezione alla guerra per procura
Con l’inizio delle primavere arabe, anche in Siria esplosero proteste, inizialmente pacifiche. Tuttavia, la trasformazione del conflitto interno in una guerra per procura, con l’ingresso massiccio di attori stranieri e gruppi jihadisti, ha lacerato definitivamente il tessuto sociale siriano. Nel 2012 fu introdotto formalmente il multipartitismo, ma la transizione verso un sistema realmente pluralista non avvenne mai. L’opposizione stessa, anziché consolidarsi su basi democratiche, si frammentò in gruppi radicali. Alcuni di questi, come Jabhat al-Nusra (poi HTS), si resero responsabili di crimini contro l’umanità, alienandosi il sostegno sia interno che internazionale.
L’intervento russo e lo stallo strategico
Nel 2015, l’intervento militare della Russia salvò il governo di Assad dal collasso, congelando il conflitto su linee di controllo territoriali piuttosto che ideologiche. Tuttavia, a partire dal 2020, la Russia ha progressivamente ridotto l’interesse verso la Siria, concentrandosi sul dossier ucraino. Questo spostamento strategico ha lasciato un vuoto nel teatro siriano, permettendo alla Turchia di rafforzare la sua presenza nel nord, agli USA di mantenere il controllo dell’est con le SDF curde, e ad Israele di moltiplicare gli attacchi mirati contro obiettivi iraniani.
Il 2024 e la fine dell’equilibrio baathista
Secondo alcune analisi e fonti interne, nel 2024 ci sarebbe stato un collasso pilotato del potere centrale, favorito da figure interne al regime stesso. In cambio della garanzia di sopravvivenza personale, alcuni esponenti dell’apparato baathista avrebbero ceduto il potere a Hayat Tahrir al-Sham (HTS), oggi divenuto un attore para-statale con controllo de facto su ampie zone del nord-ovest siriano. Questo evento rappresenta la definitiva sconfitta dell’ideologia baathista e l’implosione del progetto unitario siriano.
La nuova cartografia siriana
Oggi la Siria si presenta divisa in almeno quattro aree di influenza:
- Zona alawita costiera: potenziale enclave sotto influenza russa, rifugio delle élite ex baathiste.
- Nord siriano: sotto influenza turca, con amministrazione mista tra milizie e consigli locali sostenuti da Ankara.
- Est siriano: controllato dalle Syrian Democratic Forces, struttura laica con forte partecipazione curda e appoggio statunitense.
- Sud e Damasco: aree grigie, con ritorno della guerriglia urbana, bande locali e anarchia generalizzata.
Profezie, realpolitik e il rischio di un nuovo collasso regionale
Una profezia circolante in Medio Oriente sostiene che "se Damasco cade, cade tutto il Levante". Sebbene metaforica, questa previsione sembra concretizzarsi: la destabilizzazione della Siria ha già avuto ricadute in Libano, Iraq e Giordania. Il rischio di una nuova guerra civile, stavolta non più tra governo e opposizione ma tra entità post-statali, è altissimo. In questa fase, non si potranno più imputare le responsabilità solo al regime Assad, ma all’intero fallimento del sistema internazionale nel ricostruire un ordine inclusivo.
Ritorni possibili?
Alcuni ipotizzano un ritorno al potere di un Assad (Maher, il fratello, o il figlio), ma ciò avverrebbe in un contesto irriconoscibile rispetto al passato. Una nuova Siria, se mai nascerà, dovrà fondarsi su basi pienamente laiche, federali e inclusive. In caso contrario, resterà una terra contesa, preda di potenze regionali e internazionali.
Conclusione
La Siria è il paradigma del fallimento del post-colonialismo arabo, del panarabismo e della geopolitica delle sfere di influenza. Ma è anche il luogo dove si deciderà, nei prossimi anni, se il Medio Oriente sarà capace di reinventarsi o se soccomberà definitivamente sotto il peso delle sue divisioni storiche.




